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Capitolo 1- CHI SONO? GEA E LE PAROLE

Che qualità servono per diventare astronauta? Una domanda che mi porrò sempre perché era il mio sogno da bambina. Che vuoi fare da grande, Gea? L’astronauta. Non il giudice, nemmeno la ballerina, men che mai la giornalista. A sedici anni la versione è variata leggermente. L’astrofisica, dicevo con la mia amica Linda, sognando di dirigere osservatori in Cile, più di uno, certo, noi abbiamo sempre pensato in grande tra le quattro mura della nostra stanza. Mi sentivo un po’ Sheldon Cooper anche se The Big Bang Theory non esisteva nemmeno nei sogni di Chuck Lorre e Bill Prady. Andare in giro per il sistema solare non mi sembrava abbastanza, puntavo nella mia fantasia a spiegare il funzionamento dell’universo. La megalomania d’altronde è un passaggio indispensabile dell’adolescenza.

A vent’anni, poi, di fronte allo stesso quesito, mi spostavo una ciocca di capelli e guardando l’orizzonte sufficientemente contrita, immaginando di avere di fronte a me, invece del barista, un regista francese con una telecamera, rispondevo: “Ora faccio la lanciatrice di coriandoli”. Mi ero davvero innamorata di quest’espressione che nella mia testa era una sintesi perfetta di me stessa: metà nichilista, metà tardo romantica, con guizzi inaspettati di edonismo. E chiaramente stretta in un maglione grunge grigio e deformato, come sa bene chiunque sia stato un ragazzo degli anni ’90.

Leggevo quotidiani già a quindici anni. Cresciuta in una casa da tre giornali al giorno, io uscivo la mattina alle sette per andare in fermata diretta a scuola e compravo il quarto. Questione di autonomia di pensiero. Ho ancora addosso il freddo delle albe scure e il quotidiano arrotolato nella tasca del cappotto.

Tra gli autobus, i caffè al solito posto, le delusioni sentimentali e le amicizie da film, amavo i classici. Mi abbeveravo alle fonti di Omero, mi struggevo con i francesi, mi inebriavo di sapere con Dante. Non leggevo i poeti, io ero i poeti: Leopardi, Foscolo, Shakespeare. Guardavo la siepe, camminavo a Zante, indossavo maschere e brandivo pugnali, tenevo in tasca veleni. E poi affrontavo le onde di un mare impietoso, sfidavo l’ira degli Dei, facevo ritorno da una donna cambiata, mi perdevo tra i canti delle sirene, combattevo, sanguinavo, pregavo, trascinavo il cadavere di Ettore legato a un carro intorno alle mura di Troia.

Nei pomeriggi invernali sorseggiavo un tè con Jane, attraversando insieme a lei la condizione femminile. Emma così umana, Lizzie così testarda e tenace, sospiravo per Darcy, mi immedesimavo nelle contraddizioni sociali di quell’epoca. Quando l’avventura però mi chiamava a sé, allora partivo all’inseguimento di una balena, per combattere solo con me stessa.

E se sentivo che tutto, davvero tutto di colpo era perduto, mi ritrovavo in una famiglia cilena a sussurrare agli spiriti, in camicia da notte bianca, pervasa da immagini, emozioni e sentimenti insopportabili, per ritrovarmi il giorno dopo in pantaloni in mezzo alla gente a gridare per strada, a subire le violenze, a fare la rivoluzione.

L’incontro con le parole così, per me, è indistinguibile dall’incontro con l’esistenza. L’amore, la politica, la famiglia, le ingiustizie, la meschinità delle persone, la generosità inaspettata di altre, le pieghe della quotidianità amare e dolci, il dolore, la solitudine, l’impegno, l’aria di settembre che porta sempre sorprese.

Storie da raccontare.

Per esprimere noi stessi, definire la realtà, raccontarla, scegliamo aggettivi, costruzioni lessicali, esclamazioni, lunghezze. I vocabolari in media contengono 120mila voci, ma quante sono le parole che usiamo? Il vocabolario di base della nostra lingua, quello che utilizziamo più spesso, è costituito da 6.500 parole, queste coprono il 98% dei nostri discorsi. C’è poi un’altra fetta, un lessico comune costituito da 47mila vocaboli, conosciuti e usati da chi ha un’istruzione medio-alta. Ci sono anche le parole usate meno di frequente ma che arricchiscono i discorsi. In questo quadro che emerge dagli studi di Tullio De Mauro e della sua scuola, si capisce che abbiamo un fornitissimo pozzo di strumenti al quale poter attingere. Le parole.

Le parole sono uno strumento di cambiamento del mondo. Anche un mondo piccolo, che sta intorno a noi, nella nostra strada, nella nostra città. (Nella nostra testa).

Parole come strumento di comprensione della società, dei fenomeni, delle fasi. E quindi come strumento di espressione di noi. Prima di raccontare, dobbiamo capire. E la tecnologia, lo sviluppo dell’informatica, i tool che abbiamo a disposizione, ci possono aiutare a interpretare cosa accade proprio attraverso l’uso stesso che si fa delle parole. Un esempio può rendere sicuramente questa mia apparente farneticazione molto più chiara.

Con Google Trends, per citare uno strumento famosissimo, si possono mappare gli andamenti delle ricerche dei termini su Google in un determinato arco temporale. Nel caso che voglio prendere come riferimento, durante il lockdown. I dati che vengono fuori raccontano una storia precisa. La storia di un Paese catapultato nella dimensione medico emergenziale da un giorno all’altro: le tendenze di ricerca del termine coronavirus iniziano una rapidissima ascesa nella settimana tra il 9 e il 15 febbraio. Dopo un mese, sono quintuplicate con il picco tra l’8 e il 15 marzo, in pieno lockdown.

La ricerca associata più forte è quella dei sintomi del coronavirus. In quel periodo gli italiani hanno anche un impellente bisogno di riscoprire le modalità con cui stare dentro il nido, o la grotta, l’hanno chiamata in diversi modi quando poi abbiamo faticato a uscirne. E così sono schizzate le ricerche di ricette per il pane, per la pizza, ogni tipo di tutorial della cucina regionale, tutti in cerca di sicurezza, magari chissà, nella dimensione della tradizione locale, che è quella prossima, più vicina a noi e alle nostre radici. Questo accadeva nel lockdown, le parole utilizzate sul web continuano sempre a raccontare qualcosa, a svelare desideri, certo, ma anche paure.

Quando siamo soli davanti alla nostra tastiera del pc, del tablet e più spesso del cellulare, soli noi e Google, le parole che inseriamo nella barra di ricerca dicono tanto di quello che vogliamo e di quello che proviamo. Tra le tendenze di ricerca più forti di settembre 2020, la parola mascherina ha subito un picco verso l’alto, distanziando in termini di quattro, anche cinque volte, i volumi di ricerca di disinfettante mani e lavaggio delle mani. Settembre è stato il mese del ritorno a scuola, della ripresa dei contagi di coronavirus.

Le parole indicano anche le tendenze verso le quali andiamo.

In questo contesto così vasto, c’è chi grazie alle parole e al web ha costruito la propria identità professionale con successo. Fenomeni che ormai conosciamo alla perfezione, da chi sogna di diventare influencer fino a chi elabora l’influencer marketing (cioè il social media manager che ad esempio consiglia alle aziende strategie per coinvolgere gli influencer nella diffusione e promozione di un brand). E chi influencer lo è. E ancora imprenditori digitali di ogni livello, i mostri sacri del settore, gli youtuber, i bravissimi delle nicchie che offrono tutorial per ogni nostra necessità. Ma anche le piccole aziende che in questa società nuova che è nata con il covid hanno deciso di investire per mettersi online, per allargare al digital la propria attività, fosse anche solo

con la promozione se non con l’e-commerce. E ancora giornalisti alle prese con nuovi strumenti, modelli che cambiano e molto più flessibili, il new journalism, la tecnica della scrittura web, i paradigmi che non si sa più quali siano, gli esperimenti, la voglia di innovarsi. I comunicatori freelance, quelli che lavorano per le aziende, per i politici, per le istituzioni pubbliche. Anche qui nuove sfide, a cominciare dall’uso dei social. L’advertising cos’è? Ecco.

Ognuno può decidere di diventare blogger, magari solo per raccontare qualcosa di sé. Per tutti, la domanda è la stessa: come ci si orienta, come si fa a stare sul web con le parole? Non è una domanda alla quale rispondere, ma un percorso da intraprendere.

Racconto di me. Oggi sono una giornalista professionista, fondatrice e direttore di un network di giornalismo indipendente e glocal, Point, di cui fanno parte tre siti di informazione. Dirigo giornali da dieci anni. Point Notizie è un blog glocal che mette al centro le storie, locale e nazionale, racconta le news da una determinata angolazione, dà spazio ai temi verticali grazie alle Voices, giornalisti, esperti, blogger che con la loro penna e la loro voce offrono approfondimenti su determinati temi. Dal Grande Nord, alla moda, alla violenza sulle donne, ai lavoratori dello spettacolo. C’è poi Dentro Magazine che è una storica testata giornalistica del nord est romano, una voce e un riferimento importante per i territori. Terzo sito del network Point è Touring Ryder Cup, un portale di turismo e sport realizzato appunto sempre da giornalisti.

L’attività di giornalista è totalizzante, come per tutti quelli che fanno questo lavoro, ma ci sono strade parallele che sono diventate per me indispensabili (per la salute mentale proprio). Così sono anche una bookblogger conosciuta in rete come GeaBook, ho un canale telegram e sono una podcaster. Ho prodotto diversi format e in particolare ho due show in classifica nazionale (e spesso all’estero), Politica Popcorn di informazione sull’attualità e Streghe un podcast di costume, divertente, di taglio commedia per le donne dei nuovi anni ’20. Streghe è stato il numero uno dei podcast di commedia su Spotify per alcune settimane durante il lockdown. L’ultimo arrivato è il podcast Io racconto, perché sono anche un’autrice esordiente che ama sperimentare. Io racconto è un podcast in cui rendo in formato audio, parole, musiche e effetti, i racconti scritti da me.

Curo poi una newsletter con più di 700 iscritti in cui racconto del mio lavoro, degli stimoli, dei cambiamenti che viviamo, centrata sull’attualità. A volte, per carità, mi lamento anche del freddo o del fatto che abbia dormito male. Ho avviato una seconda newsletter esclusivamente dedicata al mondo del blogging e della scrittura, Vita da blogger appunto.

E sono una social media strategist, so impostare una strategia di comunicazione social in ogni fase, ho conseguito un executive Master alla Business School del Sole 24Ore in Social Media Communication, sono in formazione costante con quelli che io considero i miei riferimenti del settore in Italia. Credo molto nella formazione. Facebook, Instagram, scrittura Seo, copy, blogging, traffic. 

Il digitale è la mia grandissima passione, il giornalismo online è la mia avventura meravigliosa e durissima, a volte entusiasmante e altre davvero sconfortante, il blog la mia casa al mare con le finestre aperte e l’aria leggera, i podcast il mio ultimo amore, potente e emozionante. Allora non sono diventata astronauta, è vero, ma percorro grandi distanze grazie alle parole e al web. Ho un gruppo di ascoltatori dei miei podcast fisso negli Stati Uniti e altri sparsi un po’ in tutta Europa. Lo stesso succede per i giornali e per il blog.

Le potenzialità della comunicazione, intesa nella maniera più ampia possibile, veicolata attraverso il web, sono in continua evoluzione. E se c’è una cosa che ho capito da quando ho iniziato questa seconda fase della mia vita lavorativa – si capirà più avanti meglio – è che bisogna avere cura della propria preparazione. Non ci si improvvisa, non si può procedere a tentoni, se il progetto che si ha in mente è professionale, non bastano solo i forum online (seppur utilissimi), non è sufficiente la dritta data dall’amico con un po’ di esperienza. Bisogna acquisire competenze. E se si è già un professionista nel proprio campo, credo vada bene dirsi: mi metto in discussione. Riparto da quello che non so, invece che da quello che so. Io ho fatto così.

Noi giornalisti siamo di solito abbastanza auto-compiaciuti e, forse perché abituati a combattere per tutto, restiamo aggrappati alle nostre posizioni. Combattiamo per avere una notizia, per verificarla

con una fonte, per renderla comprensibile ai lettori, per pubblicarla per primi e meglio degli altri, per resistere agli urti delle conseguenze. Questo allenamento alla lotta ci rende, parlando per stereotipi, sempre piuttosto restii ad ammettere debolezze, attaccati a volte a un’idea di giornalismo che non c’è più. Io quando mi sono sentita brava ho capito di essere precaria come una foglia d’autunno appesa a un ramo.

Intorno a me la comunicazione, infatti, si è trasformata alla velocità della luce, sotto l’impulso del web e dei social. Così invece di pensarmi brava e basta, mi sono rimessa a studiare, su ogni fronte delle mie attitudini (giornalismo online, blogging e social media, podcast), tanto, sacrificando le mie serate, il mio tempo libero, interi week-end. Con ritmi a volte incomprensibili anche per le persone che mi sono intorno.

Ma se ora posso dirigere un network, scrivere approfondimenti, interviste, longform, pezzi di politica, recensire libri sul mio blog e registrare podcast è perché ho dedicato gli ultimi tre anni a migliorare la mia formazione con sacrificio. Lavoro duro e interesse, curiosità. Competenza quindi, la voglia di imparare, e l’altro ingrediente magico, è la passione. Se dovessi decidere un ordine, anzi, verrebbe per prima. Lo so che sembra scontato ma non lo è.

Perché ci sono serate in cui pensi di non sapere proprio un bel niente, nonostante l’infinità di materiali che leggi e approfondisci. È un’altalena sulla quale però vale la pena stare. Aspiranti blogger, chi ha bisogno di costruire la propria presenza in rete e mettersi alla prova su nuovi progetti, questa storia è pensata per loro.

In queste pagine c’è la mia esperienza, i dati, l’indicazione di come si fa. Tutto raccontato proprio come un blog: una guida nel web post covid per chiunque voglia mettersi in gioco a partire dalle parole e dalla rete.

Vita da blogger. Guida per stare in rete

Per settimane nella Top Bestseller di Giornalismo e di Internet